venerdì 17 luglio 2009

Conquistare il potere su di sé

Pubblico un articolo molto ineressante che mi ha aperto una chiave di lettura sul "conflitto".

FONTE: Buddismo e Società n.135 luglio agosto 2009
(Bimestrale Buddista curato dalla SGI-ITALIA)

Primo piano:
Conquistare il potere su di sé
di Giovanni Salio, presidente del Centro Studi Sereno Regis

Roma, 17 aprile 2009
Sono molto contento di vedere tanti giovani, ragazze e ragazzi, che seguono questa conferenza con interesse e vi ringrazio per l'entusiasmo, l'attenzione e l'impegno.
C'è un messaggio centrale alla base delle ragioni per le quali abbiamo accettato con entusiasmo la proposta dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai di fare una ricerca sulla figura di Daisaku Ikeda. È un messaggio che quest'anno compie cent'anni, ed è contenuto in un libricino che Gandhi scrisse mentre tornava in nave da Londra nel 1909. Il titolo è Hind swaraj, dove swaraj indica il potere su di sé, l'autogoverno nel caso specifico, perché l'obiettivo che egli si proponeva di realizzare era far sì che l'India riuscisse ad autogovernarsi. (Esiste una traduzione italiana curata dal Movimento Nonviolento, con il titolo: Civiltà occidentale e rinascita dell'India, Verona 1984. Un'altra edizione è contenuta nella raccolta di scritti gandhiani a cura di Raghavan Iyer, La forza della verità, Sonda, Torino 1991, pp. 199-252. In numerosi siti web è disponibile l'edizione inglese. Si veda ad esempio: http://www.soilandhealth.org/03sov/0303critic/hind%20swaraj.pdf).
Vediamo ancora oggi quanto questo messaggio sia essenziale. Senza una cittadinanza attiva, senza una capacità di autogoverno, senza questo potere su di sé, le nostre democrazie si impoveriscono e rischiano di essere delle farse. Rischiano di non permettere di tradurre in realtà quelle aspirazioni su cui sovente ci limitiamo a fare soltanto della retorica.
Il messaggio di Gandhi è una critica radicale alla nostra civiltà occidentale. In una sua famosissima affermazione egli dice: «L'imperialismo economico di una sola minuscola isola-regno (l'Inghilterra) oggi tiene in catene il mondo. Se un'intera nazione con trecento milioni di abitanti ambisse a un simile sfruttamento, il mondo sarebbe divorato come dalla piaga delle cavallette».
Da allora, gli indiani sono aumentati di quattro volte e i consumi degli inglesi (e più in generale dei popoli occidentali) sono cresciuti di cinquanta volte e il mondo è effettivamente devastato da un esercito di cavallette, come possiamo vedere giorno dopo giorno.
Il nucleo centrale dei messaggi che cerchiamo faticosamente di trasmettere - e che sono presenti anche nell'opera di Ikeda - è quello di non aver paura dei conflitti. I conflitti sono una risorsa, un'occasione, e si manifestano su piccola come su larga scala. Per esempio qui a Roma, e non solo, c'è chi considera ingombrante la presenza dei migranti, che a Lampedusa vivono reclusi in condizioni tragiche. Il modo con cui abbiamo affrontato questa situazione è da analfabeti del conflitto.
Per affrontare in modo nonviolento e costruttivo un conflitto occorrono tre condizioni essenziali, come ci insegna un altro dei maestri con cui Ikeda ha dialogato, Johan Galtung, grande ricercatore per la pace (per maggiori informazioni, vedi la rete Transcend al sito http://www.transcend.org, in lingua inglese, oppure il sito http://www.serenoregis.org).
La prima regola è l'empatia, che significa mettersi nei panni degli altri, nelle loro condizioni, immedesimarsi. Nel caso dell'immigrazione, chiedersi per quale motivo una persona emigra.
La seconda regola è il dialogo, unito alla nonviolenza attiva. Dialogare significa pensare che abbiamo sempre qualcosa da imparare dall'altro, che non possediamo pienamente la verità, né la verità religiosa, né la verità laica, né la verità politica. E quindi non siamo giustificati ad assumere una posizione di violenza. La nonviolenza attiva ci è stata insegnata proprio da Gandhi, per descrivere la quale egli ha voluto inventare un termine specifico che ha presentato pubblicamente in una data fatidica, l'11 settembre del 1906 (l'"altro 11 settembre", quello della nonviolenza), a Johannesburg in Sudafrica: satyagraha, la forza della verità.
La terza regola per affrontare il conflitto in modo costruttivo e arricchente è la creatività, una dote che generalmente possedete in maggior misura voi giovani e che potete sviluppare appieno quando il sistema educativo non blocca le vostre potenzialità! Oggi avete a disposizione una grande quantità di strumenti tecnologici che, se ben utilizzati, possono aiutarvi in questa direzione.
Non ho certo la pretesa eccessivamente ambiziosa che queste sintetiche riflessioni si possano tradurre immediatamente in comportamenti operativi, ma esse sono un invito, rivolto anche a coloro che hanno organizzato questo incontro, per creare ovunque quelli che a Torino, presso il Centro Sereno Regis, chiamiamo "laboratori della nonviolenza". Parliamo di laboratori perché la nonviolenza si impara praticandola, sperimentandola nelle condizioni migliori per potersi esercitare: esercitarsi nel dialogo, nell'empatia, nella trasformazione creativa dei conflitti.
Mi auguro che ognuno di voi possa diventare mediatore/mediatrice, una persona capace di trasformare con mezzi nonviolenti i conflitti personali, nella propria comunità, e più in generale su una scala ancora più ampia.

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